Università: in Italia non si scommette sull’istruzione

“Il diritto all’istruzione è un diritto fondamentale”: è questa una delle più importanti precisazioni in merito ai diritti dell’uomo contenute all’interno della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite adottata nel 1948: un diritto che andrebbe garantito a prescindere da fattori sociali o biologici, indipendentemente quindi dalla razza, l’etnia, la religione e la posizione economica/sociale di ogni individuo.
“Ognuno ha diritto ad avere un’istruzione. L’istruzione dovrebbe essere gratuita, almeno a livelli elementari e fondamentali.”, recita ancora l’articolo 26 della Dichiarazione, in cui si rende noto, inoltre, che l’istruzione non dovrebbe essere un diritto fine a se stesso, ma uno strumento utile ad inserirsi all’interno della società come individuo dotato di cultura, intelligenza e rispetto verso i diritti umani e le libertà degli altri individui.
Un diritto, quello all’istruzione, che andrebbe in un certo senso motivato e sovvenzionato da aiuti concreti da parte dello Stato, ma che, secondo gli ultimi dati statistici riportati dall’OCSE (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) non sembra esser rispettato appieno, almeno per quanto riguarda la sua “gratuità”, in molte nazioni fra cui anche l’Italia: da queste indagini, contenute nel rapporto annuale “Education at a Glance 2012”, il sistema di istruzione del nostro Paese sarebbe altamente sottofinanziato.

In Italia scarse scommesse sulla cultura
Lo studio effettuato dall’OCSE, che comprende oltre 100.000 dati complessivi all’interno di oltre 500 pagine, scatta un’istantanea interessante – e su cui riflettere – della situazione dello stato dell’istruzione del mondo. Soffermandoci soprattutto sulla questione italiana, da questi dati è stato rilevato che nel 2009 l’Italia investiva nell’istruzione solo il 9% della spesa pubblica. Dati allarmanti, se pensiamo che da un decennio a questa parte la situazione del sistema di istruzione in Italia è decisamente peggiorata: se nel 1995 esso era finanziato dallo Stato per l’82,9% dei costi, contro una media OCSE del 78,9%, nel 2009 la percentuale di aiuto pubblico aveva raggiunto una quota del 68,6%, con una media OCSE del 70%. E la situazione va peggiorando man mano che si considerano i livelli più alti dell’istruzione, visto che dal 2008 al 2011 lo Stato italiano ha ridotto la spesa a favore della scuola di circa il 5%, del 10,5% per l’università e addirittura del 14,7% per la ricerca.
Di questo passo, se il Governo non prende provvedimenti seri, la situazione attuale non potrà che peggiorare, con dati che con il passare degli anni non potranno che essere sempre più allarmanti.
Ciò che risulta chiaro da queste rilevazioni è che nel nostro Paese la tendenza è quella di far pesare l’istruzione sempre di più sulle casse delle famiglie italiane e quindi degli studenti. E questa tendenza risulta esasperata in particolar modo in ottica universitaria, quasi a voler ammettere che in Italia si tende a non scommettere sulla cultura e sull’istruzione.
Una scommessa che, secondo l’OCSE, sarebbe invece altamente auspicabile per migliorare non solo il sistema italiano ma anche per affrontare meglio le conseguenze della crisi economica e finanziaria: “Le priorità sono rappresentate dal potenziamento della rendicontazione e dal miglioramento della qualità dell’apprendimento a tutti i livelli”, si legge all’interno del rapporto dell’OCSE, che aggiunge un altro punto necessario, ovvero il bisogno di rafforzare i collegamenti tra l’istruzione universitaria e il mercato del lavoro.

Il difficile passaggio dall’istruzione al mercato del lavoro
Dal quadro complessivo dello stato dell’istruzione nei 34 paesi più sviluppati risulta infatti che una delle difficoltà più importanti dei giovani italiani è rappresentata proprio dal passaggio dal sistema dell’istruzione al mondo del lavoro e dalla reale difficoltà a trovare un impiego soddisfacente dal punto di vista economico: la differenza di reddito percepito dai laureati rispetto ai coetanei non laureati è molto basso tra i giovani (appena il 9% tra i 25 e i 34 anni, contro una media OCSE del 37%), mentre risulta essere quasi il 100% tra i lavoratori più anziani.
Questo dato è indice del fatto che esiste un nesso molto delicato tra l’istruzione ed il lavoro, in un sistema che tende a premiare i cosiddetti “insider”, forti del meccanismo degli albi professionali.

I Neet, fantasmi invisibili
Un’altra valutazione poco confortante riguarda i NEET (acronimo di “Not in Education, Employment or Training”), cioè le persone che non studiano e allo stesso tempo non lavorano: “Quasi un giovane italiano su cinque non è inserito nel sistema dell’istruzione né nel mercato del lavoro, ovvero il 23% della fascia d’età dei 15-29enni”, recita ancora il rapporto annuale, affermando che l’Italia si trova agli ultimi posti, dopo Spagna, Turchia e Irlanda, in quanto a percentuale dei NEET. E se nel 1998 questa era del 26% con una tendenza alla diminuzione (nel 2003 si parla del 19%), negli ultimi anni essa è nuovamente risalita, con un andamento davvero allarmante.
Questo dato risulta tuttavia spiegabile ed in un certo senso giustificabile se pensiamo che la spesa per l’istruzione non solo tende ad aumentare notevolmente di anno in anno, ma continua a gravare pesantemente sulle tasche degli studenti e delle loro famiglie.

Il dato positivo: scolarizzazione in aumento
Di fronte a questi dati poco confortanti, possiamo però sottolineare una valutazione positiva effettuata dall’OCSE in merito all’aumento della scolarizzazione: pur non ottenendo ancora risultati ottimali – l’Italia è ancora uno dei paesi sviluppati con livelli di scolarizzazione più bassa – si stima che dei giovani di oggi circa il 32% raggiungerà la laurea, con una percentuale di giovani laureati che potrebbe salire dall’attuale 20% fino alla media attuale OCSE del 28%. D’altro canto ci si potrebbe chiedere quanti di questi studenti studiano all’università perchè la ritengono solo un ripiego per la mancanza di prospettive occupazionali.

L’istruzione paga: scommettere sulla cultura
Un ultimo dato importante, che dal rapporto Education at Glance 2012 sembra venir fuori, riguarda il generale beneficio economico derivante dal titolo universitario, ma non solo.
Se è vero che un laureato può sperare in un lavoro adeguato rispetto al suo omologo diplomato – soprattutto in termini economici – è anche vero che questo beneficio non è meramente economico: un maggiore livello di istruzione garantisce anche uno stile di vita migliore ed una speranza di vita più lunga.
Se nel 2008 mediamente un uomo laureato guadagnava il 58% in più rispetto al suo omologo con il solo diploma di scuola superiore, nel 2010 questo beneficio ha raggiunto il 67%, con evidenti passi in avanti: questo è un dato molto importante, che non solo garantisce un rapporto direttamente proporzionale tra una maggiore scolarizzazione ed un lavoro più sicuro nel tempo, ma ridona speranze per il futuro, soprattutto in tempi di crisi economica, per governi ed individui.
A conti fatti, non resta quindi da aggiungere che l’istruzione paga, e che i dati allarmanti potranno essere riportati ad una situazione accettabile solo se si deciderà di dare nuovo respiro alla cultura ed all’istruzione, scommettendo finalmente e pienamente su di essa.

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